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Messaggio Da Levnicolaievic il Dom Feb 05, 2012 12:40 pm

Vi posto l'incipit e il link di un bell'articolo, ( adatto anche alle traversie mengoniane )

Mi ribello, dunque siamo di Albert Camus
Che cos'è un uomo in rivolta? È innanzitutto un uomo che dice no. Ma se rifiuta, non rinuncia: è anche un uomo che dice sì. Osserviamo nel dettaglio il movimento di rivolta. Un funzionario che ha ricevuto ordini per tutta la vita giudica ad un tratto inaccettabile un nuovo comando. Insorge e dice no. Che cosa significa questo no? Significa, per esempio: «Le cose hanno durato abbastanza», «esistono limiti che non possono essere superati», «fin qui, sì, al di là, no», o ancora: «andate troppo in là». Insomma, questo no afferma l'esistenza di una frontiera. di Albert Camus - Il Sole 24 Ore - leggi su http://24o.it/V4OwG
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Re: Articoli di fondo

Messaggio Da Levnicolaievic il Mer Feb 08, 2012 12:48 pm

IL COMMENTO
Lo spettro di Malthus
si aggira per l'Italia
di BARBARA SPINELLI / La repubblica , oggi

C'È una parte di verità, in quel che Mario Monti ha detto - a RepubblicaTv - sul modo in cui è stata interpretata la sua idea del lavoro fisso ("Diciamo la verità, che monotonia un posto fisso per tutta la vita!"). Citato fuori dal contesto, quel che ha aggiunto subito dopo è finito in un buco nero: "È più bello cambiare e accettare nuove sfide, purché in condizioni accettabili. Questo vuol dire che bisogna tutelare un po' meno chi oggi è ipertutelato, e tutelare un po' più chi oggi è quasi schiavo nel mercato del lavoro o proprio non riesce a entrarci".

Resta tuttavia l'inadeguatezza del vocabolario, e non può stupire il disagio profondo che esso suscita in chi nulla sa del lavoro sicuro, durevole, e vive un'esistenza arrabattata, esposta alle durezze del mercato, difficilmente conciliabile col proposito di far figli, guardata con sistematica diffidenza da banche che non fanno credito se non a redditi solidi, e costanti. Non meno malessere suscitano gli argomenti con cui il Premier ha tentato di spiegare il suo punto di vista: per troppo tempo, "i governi politici hanno avuto troppo cuore", accogliendo le più varie rivendicazioni sociali e accumulando debiti pubblici rovinosi per tutti. Ripetuto tre volte, anche il vocabolo cuore - "esuberante", contaminato da "buonismo sociale" - è apparso moralmente pernicioso.

Sono tutte frasi che feriscono perché citate fuori contesto? Direi il contrario, anche se il Premier ne sembra persuaso (ieri ha chiesto ai ministri di evitare ogni dichiarazione equivocabile, specie sull'articolo 18). In effetti quel che mortifica è precisamente il contesto in cui le frasi vengono dette: è il Primo ministro a parlare - disinvoltamente, quasi fosse in un salotto o in famiglia anziché nella pubblica agorà - fuori contesto. Il contesto è una società che da almeno vent'anni ha interiorizzato la fine del posto fisso. Non c'è giovane (e meno giovane, visto che il precariato colpisce ormai più generazioni) che non sappia perfettamente come stanno le cose. Quel che reclama, nelle condizioni attuali, potremmo riassumerlo così: "Parlateci di queste 'condizioni accettabili', saltando il preambolo pedagogico di cui non abbiamo più bisogno! Diteci come e quando saranno tutelati i lavori non fissi". Se Monti o il ministro Cancellieri si concentrassero solo sulle tutele, senza pontificare su cosa sia il vivere autentico (monotono o affetto da tedio, due stati d'animo che non concernono lo Stato) sarebbero ascoltati con più interesse. Se il governo ci dicesse qualcosa sulla manutenzione disastrosa delle infrastrutture (o sui centralini Acea sordi alle chiamate) e sull'impreparazione a fronteggiare emergenze come la neve, sarebbe più d'aiuto. Milioni di cittadini hanno messo le parole di Monti nell'unico contesto che conta (il loro vissuto), e si sono sentiti trattati come minorenni. Una cosa è criticare il familismo degli italiani (i bamboccioni), altra è vituperare il loro rapporto col mondo esterno (il lavoro).

È come se Monti, più o meno consapevolmente, "si sbagliasse d'epoca", e non sempre sapesse le persone cui si rivolge. Come se con una politica sentimentale (e un lessico farcito di intimismi: cuore, vita monotona, tedio, bontà) riempisse il vuoto di misure tangibili, che diano a precari e disoccupati se non il posto di lavoro, almeno quello di cittadini adulti. La dura legge del contrappasso conosce queste peripezie fatali: dopo anni di retorica affettiva (il partito dell'amore), si è passati all'algida offensiva contro i cuori esuberanti, contro la psiche inadatta al mutamento. L'impronta è radicalmente diversa (oggi governano persone perbene) ma in ambedue i casi c'è un ingrediente che manca: la lingua della politica, la prudenza che la contraddistingue, la conoscenza della persona umana che presuppone, i rimedi concreti che predispone nel momento in cui disquisisce di virtù e psiche.

Quel che manca, Ulrich Beck lo spiega a chiare lettere quando parla del "dramma pedagogico" che i politici dovrebbero imparare a mettere in scena, affinché la crisi non sia vissuta come rovina ma come trasformazione, nuovo inizio (Disuguaglianza senza confini, Laterza 2011). Il governante che ricorda la scomparsa del lavoro fisso fotografa l'esistente. Somiglia un po' a quel monarca assoluto del Piccolo Principe, assai gentile e fiero d'esser re, che ordina al sole d'alzarsi o tramontare quando sta per arrivare l'alba o avvicinarsi il tramonto. Afflitto da monotonia non è il lavoro fisso, ma il discorso sulla fine del lavoro fisso. È il dopo che interessa, e il dopo resta nell'ombra. È il che fare, e del che fare poco sappiamo.

Ci sono gaffe che inquietano, perché non sempre sono veramente tali. La gaffe per definizione vien commessa per goffaggine, distrazione: imbarazza, tuttalpiù. Se le parole di Monti provocano collera è perché si inseriscono in una collana di disattenzioni, e allora ecco che c'è del metodo, nella gaffe. Altrimenti non è chiaro come mai il viceministro Martone se l'è presa con gli studenti che finiscono tardi l'università, chiamandoli sfigati (l'aggettivo evoca sgradevolezza): e non perché costretti a più lavori per mantenersi, non perché privi delle raccomandazioni di cui ha goduto il giovane e apparentemente non geniale viceministro.

Dietro le quinte della gaffe sembra quindi nascondersi dell'altro: una sorta di sfasamento storico, una vecchia dottrina che riaffiora, sullo Stato e le sue funzioni in tempi di crisi. Non manca a tale dottrina la veduta lunga, anzi. Ma c'è in essa un che di torbido: chi sta male, chi anela non al posto fisso ma a un'attività stabile, qualche colpa deve averla. Deve essere uno sfigato, un disgraziato (solo nella lingua italiana il disgraziato è un fallito). È una convinzione antica, che ritroviamo nei saggi del demografo-economista Malthus. Il mondo era invivibile, perché sovrappopolato e assillato da troppe rivendicazioni? Ascoltiamo quel che nel 1798 Malthus scriveva a proposito del buonismo sociale, dell'utilità di scaricare la povertà sulle spalle dei poveri perché l'istinto riproduttivo s'attenuasse: "Ciascun uomo si sottometterà con aggraziata pazienza a mali che immagina provengano dalle leggi generali della natura; ma se la vanità e l'errata benevolenza di governi e classi alte si sforzano - intervenendo di continuo negli affanni delle classi basse - di persuadere queste ultime che ogni bene è loro conferito da governanti e ricchi benefattori, è molto naturale che esse che attribuiranno ogni male alle stesse fonti. In queste circostanze, non ci si può ragionevolmente aspettare alcuna pazienza. Sicché, per evitare mali ancora maggiori, saremo fondati a reprimere con la forza l'impazienza, qualora s'esprimesse con atti criminosi".

Malthus bussa alle porte d'Europa, lo vediamo in questi giorni in Grecia. Lo si vide anche in passato: quando alla Germania fu imposta un'austerità punitiva, nel primo dopoguerra. Qui è la vera monotonia che incombe: una storia che si ripete, un cambiamento senza cambiamento, proprio quando urge spezzare la monotonia con discorsi nuovi. Con discorsi sulla fragilità dei deboli, fonte del declino demografico europeo. Sui magistrati chiamati a combattere la corruzione senza esser penalmente perseguibili. Sull'Europa da edificare perché la trasformazione sia preparata senza castigare i perdenti come negli anni '20-30. Sull'"ondata mondiale di rinazionalizzazioni", che secondo Beck dilaga. Non per ultimo, sulla politica degli immigrati, che faccia di loro i nostri futuri concittadini. In un ottimo articolo su Italianieuropei, Beda Romano racconta come la Germania sia forte perché esattamente su questo ha scommesso: introducendo il diritto del suolo fin dal 2000, e "trasformando lo Stato in un progetto politico più che etnico o religioso". In tanti modi si può rompere la monotonia. Purché si rompa la monotonia autentica, e si scongiuri il cambiamento senza cambiamento.
(08 febbraio 2012)
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Messaggio Da Levnicolaievic il Sab Feb 11, 2012 9:46 am

vi lascio un intervento fatto ieri dalla direttrice del Manifesto....se deve essere messo altrove lo sposterò volentieri, però mi sembra importante
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Re: Articoli di fondo

Messaggio Da Sonsoles il Lun Feb 13, 2012 1:58 pm

Articolo di Piergiorgio Odifreddi su La Repubblica online:


La Grecia brucia

La
Grecia è arrivata alla resa dei conti. Il Parlamento si accinge a
capitolare di fronte al plotone d’esecuzione costituito dalla
cosiddetta troika, formata dall’Unione Europea, la Banca
Centrale Europea e il Fondo Monetario Internazionale. La società civile
sta protestando violentemente di fronte al Parlamento. Il primo
ministro Papademos, alter ego del nostro Monti, ha dichiarato
che “il vandalismo e la distruzione non hanno un posto nella
democrazia”: le stesse parole usate ieri, in maniera preventiva, dal
nostro presidente Napolitano.

Naturalmente, i mandanti (im)morali della troika, e gli
esecutori materiali del governo greco, presentano le misure che stanno
per essere adottate come “inevitabili e necessarie”: le stesse parole
che abbiamo sentito anche noi, fino alla nausea, dal colpo di mano del
9 novembre 2011 a oggi. E queste misure (udite, udite!) consistono in:
“Una radicale riforma del mercato del lavoro, con una profonda
liberalizzazione. Una diminuzione di oltre il 20% del salario minimo
garantito, e un taglio delle pensioni. Una drastica economia di spesa
in settori pubblici, come gli ospedali e le autonomie locali. E la
vendita dei gioielli di famiglia, come le quote pubbliche in petrolio,
gas, acqua e lotteria”.

Queste misure non si chiamano “austerità”, o “sacrifici”, ma
distruzione dello stato sociale e svendita del pubblico al privato.
Esse sono dello stesso tenore, vanno nella stessa direzione, e sono
ispirate dalla stessa insana ideologia, delle “riforme” che il nostro
governo sta cercando di far passare anche da noi. E che, per ora, il
nostro popolo ex-sovrano ha mostrato di accettare con maggior spirito
di sopportazione, e minor spirito di sopravvivenza, di quello greco.

Nel suo editoriale di ieri su Repubblica, parlando delle conseguenze del possibile default
della Grecia, del Portogallo e dell’Irlanda, Scalfari ha scritto che
“il fallimento di due o tre paesi dell’Eurozona avrebbe ripercussioni
molto serie sul sistema bancario internazionale, obbligando gli Stati
nazionali a nazionalizzare totalmente o parzialmente una parte notevole
dei rispettivi sistemi bancari”. Ma, più che una minaccia, questa
dovrebbe essere percepita come una speranza!

Perché ormai è chiaro che le banche hanno una buona parte di
responsabilità nella crisi mondiale, avendola fomentata con una manovra
di strozzinaggio in due tempi: dapprima, finanziando e comprando una
larga parte dei debiti sovrani degli stati, e poi, minacciando di
chiederne la restituzione. Gli uomini delle banche al governo, in
Grecia come in Italia, ci spiegano che dobbiamo piegarci al ricatto,
pagando il riscatto della svendita dello stato. I dimostranti di Atene
dimostrano, appunto, che si può dire no agli strozzini, anche quando ti
puntano la pistola alla tempia, e sono pronti a premere il grilletto.
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Re: Articoli di fondo

Messaggio Da puparock il Mer Mag 23, 2012 12:33 pm

Anniversario Falcone: l'uomo che lo Stato prima abbandonò e poi pianse.

Ogni sabato, o quasi, il giudice Giovanni Falcone rientra in aereo da Roma a Palermo. In stretto collegamento con il ministro guardasigilli, il socialista Claudio Martelli, Falcone prosegue il suo incessante lavoro, nonostante la bocciatura della sua candidatura a superprocuratore di Palermo, bocciatura decisiva, che finirà per isolarlo. E la solitudine, per chi lotta contro la mafia, equivale a una condanna a morte.

Lo disse il generale Carlo Alberto Dalla Chiesa e lo aveva ribadito proprio Falcone: quando un uomo dello Stato, un uomo che lotta contro la mafia, viene isolato, lasciato solo, ebbene, quello è il momento in cui diventa una vittima certa della mafia. Quel sabato, il 23 maggio 1992, Falcone arriva all’aeroporto di Punta Raisi con un volo da Roma, sale su una Fiat Croma bianca in compagnia della moglie, Francesca Morvillo, anche lei magistrato, e dell’autista che viene mandato sul sedile posteriore. È Falcone che vuole guidare, vuole arrivare a casa in fretta e riposare; guidare lo aiuta a scaricare la stanchezza e la tensione accumulate. Ma a casa, Falcone non ci arriverà. Qualcuno sta osservando la scena del suo arrivo all’aeroporto. Vede anche le altre due auto di scorta del giudice. Partono: davanti una Fiat Croma, colore marrone, con tre agenti di scorta. In mezzo, l’auto del magistrato, ancora una Croma, bianca. In coda, la terza auto. In genere, dopo la partenza, le vetture si affiancano per impedire qualsiasi contatto tra il giudice e altri veicoli. Ma il pericolo non sono le auto, stavolta. Coloro i quali stanno seguendo la scena, sono pronti a mandare un messaggio a chi attende il passaggio delle tre vetture. Un tratto autostradale controllato dall’alto di una collinetta, all’altezza dello svincolo per Capaci.
In auto si discute della giornata politica, con l’imminente elezione del nuovo presidente della Repubblica, del caldo di un pomeriggio afoso, della bellezza del panorama siciliano, magari anche del giorno dopo. Il corteo non sa che su una strada laterale c’è chi segue con attenzione, da un’altra vettura, il viaggio verso Palermo di Falcone. Poi, il segnale per chi sta sulla collinetta. L’uomo che attende l’informazione si chiama Giovanni Brusca ed è lì su ordine di Totò Riina, il capo dei capi. Quando quel segnale atteso arriva, Brusca fa solo un gesto, preme un timer. Esplode l’autostrada, 500 chili di tritolo che mandano la prima auto a 60 metri di distanza, mentre quella del giudice si ferma sotterrata dalla deflagrazione, sull’orlo del cratere creato da quello scoppio sentito anche a chilometri di distanza. È una scena apocalittica quella che i soccorritori vedono quando arrivano sul posto, con frammenti di lamiere e pezzi di autostrada rinvenuti perfino a 500 metri di distanza. Falcone, sua moglie e gli agenti vengono portati immediatamente in ospedale ma invano. Con Francesca Morvillo e Giovanni Falcone muoiono anche tre uomini della scorta, quelli della prima auto, scaraventata in aria neanche fosse una piuma. L’attacco al cuore dello Stato non arriva stavolta per mano di frange politiche estreme, ma per opera della mafia che ha annusato e capito, come una belva feroce, l’isolamento di quel giudice, il nemico numero uno per gli affiliati mafiosi. Fu proprio Giovanni Falcone, infatti, a trascinare in tribunale gli uomini delle cosche in tribunale, cinque anni prima, nel 1987, per quello che sarebbe passato alla storia come il “maxiprocesso”: 360 anni ai condannati, per 2.665 anni di carcere complessivo e 11 miliardi e mezzo di lire di multe.
Falcone è odiato dalla mafia, certo ma non è amato dallo Stato. Quando arriva la sua candidatura a superprocuratore, ecco che invidie personali, vecchi rancori mai sopiti del tutto, l’involuto scambio tra “essere in prima fila” e “protagonismo” finiscono per decretare la sconfitta del magistrato più celebre del Paese. La protezione che si dovrebbe dare a un giudice di quel calibro, nel mirino della mafia, viene meno, nonostante i precedenti di un attentato di quasi tre anni prima, alla villa di Falcone, nella spiaggia dell’Addaura. Un attentato misterioso, sventato sì, ma che lascerà un alone di sospetti su servizi deviati, connivenze e commistioni fra uomini dello Stato e malavitosi, una vicenda torbida su cui ancora oggi non c’è chiarezza totale anche se appare sempre più incombente l’ombra di un potere che non solo fatica a combattere la mafia ma che talvolta finisce per farsi addirittura complice della piovra, magari in modo involontario o - quand’è peggio - in maniera collusa. La domanda, alla morte del giudice, della moglie e degli agenti di scorta è: perché Falcone è stato lasciato solo? Una domanda che rimbalza nelle ore e nei giorni successivi. Intanto, il Palazzo a Roma elegge Oscar Luigi Scalfaro presidente della Repubblica e tra le prime incombenze c’è proprio quella di onorare i funerali di Falcone e delle altre vittime dell’attentato. Però, a Palermo anche il presidente subisce i fischi di cittadini esasperati e sfiduciati per quell’orrore che li sta accompagnando nella vita di tutti i giorni, per quella speranza che avevano riposto nel modo di indagare e perseguire i colpevoli che Falcone aveva mostrato con fermezza. E mentre fuori dalla cattedrale palermitana i fischi attendono Scalfaro e gli altri politici presenti alle esequie, dentro c’è una giovane donna, Rosaria Costa, che parla al microfono dell’altare: “Io vi perdono però dovete mettervi in ginocchio se avete il coraggio di cambiare”. Ha 22 anni e ha un figlio di quattro mesi; non ha più il marito, Vito Schifani, 27 anni, morto a Capaci, sulla prima auto di scorta a Falcone. Schifani era alla guida, al suo fianco l’agente scelto Antonio Montinaro; dietro, l’agente Rocco Dicillo. Tutti morti. Rosaria Costa, però, non ce la fa a recitare la parte di chi deve cristianamente perdonare e quel foglio su cui sono scritte le parole da recitare non le serve più. Piange all’improvviso e, tra i singhiozzi, dice quello che un po’ tutti pensano: “Ma loro non cambiano, loro non vogliono cambiare”. Parole crude, tristi, vere, tanto vere da far passare solo 58 giorni per un’altra tragedia. Un’autobomba, un’esplosione e la morte di un giudice, l’amico più caro di Falcone, Paolo Borsellino. L’estate di Palermo è l’estate delle bombe, perché ha ragione Rosaria Costa, vedova Schifani: loro, i mafiosi, non vogliono cambiare.
http://it.notizie.yahoo.com/anniversario-falcone-capaci.html
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